2010

Muffa su muro, cm 220x550x0,3

installazione site-specific, Neon>Campobase, Bologna / mold on wall, cm 220x550x0,3, site-specific installation view, Neon>Campobase, Bologna.

Vedute e dettagli dell'installazione

site-specific Paesaggio realizzata nello spazio di Neon>Campobase a Bologna (2010) 

in occasione della mostra ORGANICinorganic 

a cura di Andrea Lerda

 

ORGANICinorganic

Testo critico di Andrea Lerda

 

Le opere che Laura Renna attraverso complessi processi di produzione crea, paiono essere sintetiche mappe di un’elaborata geografia della mente. Come in una postmoderna pratica di ridefinizione delle topografie fisiche e mentali, attraverso una vocazione che sembra essere quella dell’irregolarità delle trame, le tante tessere dai fantasiosi incastri e dalle variegate sfumature che compongono i puzzles di muffe e che caratterizzano le strutture all’interno delle quali trovano ospitalità materie quali il prato reale, l’artista ci pone di fronte a paesaggi non riconoscibili, saltati fuori dai rimestamenti della memoria. O forse appena emersi da dimensioni ancora in procinto di concludere la loro inesauribile crescita vitale.

 

Un lavoro che oscilla tra arte e scienza, tra l’astrazione e la concretezza materica data dall’utilizzo di materiali organici provenienti dal mondo vegetale; tra la natura naturans e quella naturata, tra un’ipotetica critica all’antropocentrismo e la filosofia della Deep Ecology di cui scrive Aldo Leopold attorno alla metà del secolo scorso nel suo Sand Country Almanac.

In esso Leopold avanza per la prima volta l’idea di legare la riflessione etica a un territorio naturale, associando la questione morale alle tante questioni scientifico-forestali connesse alla “salute” della natura. Una sorta di etica del conservazionismo che si discosta dalla visione strumentale della natura, andando invece a considerare essa come fonte di risorse non illimitate bensì come un complesso sistema di forze e dinamiche sul quale l’uomo può agire in maniera solo parziale ma sulle quali egli ha il potere di esercitare devastanti azioni distruttive. 

Partendo dall’assunto Leopoldiano che l’ambiente non è solo un insieme di cose, ma una comunità organica di esseri naturali, la biotic community appunto, le opere di Laura Renna riportano alla vita una natura nascosta che si riappropria dei propri spazi. Una natura che appare dal nulla ai nostri occhi come una vera e propria sinfonia di odori e colori che richiede viva e assorta partecipazione e dalle cui manifestazioni traspare un linguaggio inafferrabile, sospeso, fatto di tracce e segni, di cenni che rimandano a una sintonia naturale implicita e segreta.

Una natura verso la quale l’artista e l’uomo ha un ruolo, come sostiene Aldo Leopold, “orizzontale” e “verticale”. Orizzontale come membro e cittadino, non padrone e dominatore di ciò che lo circonda, verticale in quanto unico rappresentate investito di responsabilità verso l’intero ecosistema. I lavori di Laura Renna sono dunque per alcuni versi la perfetta traduzione del pensiero di Aldo Leopold secondo cui l’etica della terra non si deve sostituire all’etica umana, ponendosi invece come nuova frontiera, intellettuale e pratica, del processo di adattamento dell’uomo all’ambiente. In tal senso infatti le creazioni della Renna si possono interpretare come dialogo stretto tra la mano della natura e quella dell’artista che si fa portatrice di una disincantata appropriazione delle strutture naturali, di una natura che non è estensione dell’uomo ma di essa medesima e della quale Laura Renna, proprio come avviene nelle ipotesi di Aldo Leopold in merito alla biotic community, si prende amorevole cura e alle quali fornisce costante sostentamento.

Ecco allora che come gli ottocenteschi paesaggi di Friedrich restituiscono un clima di sublime pericolo e onnipotenza, anche nelle geografie organiche di Laura Renna, fatte di muffe, erba e micro-ecosistemi possiamo leggere il canto di una natura che comunque e nonostante tutto germoglia e invade le pareti, le strutture e le architetture mediante una contaminazione profondamente intima e silenziosa. Faccio riferimento in particolare a lavori quali Paesaggio, 2010, realizzato in occasione della mostra presso la Galleria Neon>Campobase di Bologna e nella quale l’artista ha ricreato un vero e proprio paesaggio di segni attraverso l’impiego di muffe appositamente generate sulla parete della galleria che hanno dato vita a un’installazione site specific di dimensioni tali da generare un’esperienza intensa, tra l’estasi della genesi e la caducità del memento mori.

Una natura inarrestabile fatta di vuoti e di pieni di zone di luce e di ombra di piani molteplici sui quali e attraverso i quali il nostro sguardo si addentra. Oppure il lavoro Hills, 2010, nel quale ceste un tempo utilizzate dai pescatori per la pesca si trasformano in accoglienti e feconde cavità all’interno delle quali e attraverso le quali cresce e assume forma propria l’erba di un prato reale dalle trame spettinate e ribelli, alla ricerca costante di luce e spazio mediante i quali dare espressione di vitalità e fragranza.

Strutture che in un caso come nell’altro, proprio per la loro conformazione sembrano poter riportare alla mente il principio della spazialità che da Fontana (nell’Ambiente proposto nel 1949 alla Galleria del Naviglio a Milano, fino ai successivi Tagli e Buchi) a Burri (Cretti) diventa oggetto primario dell’indagine artistica a partire dagli anni Cinquanta. E’ infatti la fessurazione un elemento ritrovabile all’interno di quasi tutta la ricerca artistica di Laura Renna: dalle installazioni, alle sculture, ai recenti interventi a parete. Geografie e paesaggi che non si esauriscono dunque nel loro essere meramente segno traccia della mano dell’artista, che indirizza in un qual modo la nascita e la crescita dei micro-ecosistemi, bensì superfici naturali oltre le quali si estendono ipotetiche realtà e dimensioni “altre” in attesa di essere indagate.